Le Psicoterapie Affermative e Riparative: un inquadramento complessivo
(di Guido Mazzucco)

Il percorso di depatologizzazione dell’orientamento omosessuale si inserisce nel quadro dell’emancipazione progressiva dai modelli psicoanalitici e psichiatrici di inizio ‘900 a forte impronta ideologica ed eterosessista che, a partire dai rispettivi riferimenti eziologici, determinavano il trattamento di riorientamento su base psicologica o su base somatica.

Degne di nota, tuttavia, sono le due eccezioni esemplari di quel tempo: Freud che, come già rileva Graglia, dimostra un atteggiamento senz’altro meno patologizzante dei suoi coevi, e lo psichiatra Hirschfeld, promulgatore della teoria intersessuale, delle ipotesi “costituzionaliste” dell’orientamento sessuale e attivista per la rimozione del famoso paragrafo 175 del codice penale che puniva gli atti omosessuali tra maschi in Germania.

Al mutamento di paradigma contribuiscono le ricerche statunitensi realizzate intorno agli anni ’50, ’70 e ’80, soprattutto nell’ambito della scuola sessuologica: il rapporto Kinsey (Kinsey 1948;Kinsey et al.1950,1957) rileva come almeno il 37% della popolazione maschile e il 13% di quella femminile ha avuto qualche esperienza omosessuale tra la pubertà e la vecchiaia: “se l’omosessualità persiste su così vasta scala nonostante la riprovazione pubblica e la severità delle sanzioni che nel corso dei secoli la civiltà angloamericana ha posto su di essa, si ha motivo di ritenere che tale attività comparirebbe con assai maggior frequenza nelle storie personali se non esistessero impedimenti sociali”.

Un altro contributo importante è quello della psicologa Evelyn Hooker (1957) che sottopose agli psicologi 50 protocolli testistici di un campione di 30 maschi omosessuali e 20 maschi eterosessuali: nessuno fu in grado di distinguere i due sottogruppi sulla base dei risultati forniti ai test proiettivi.

Ne dedusse quindi che l’omosessualità non aveva indici patognomici e che quindi non poteva essere considerata un’entità clinica a sé.

Altri filoni di studi sottoposero a critica la circolarità delle interpretazioni psicoanalitiche e l’inattendibilità di ricerche basate su campioni non probabilistici (Belle e Weinberg, 1978; Spitzer, 2003).

Nel corso degli anni quindi l’omosessualità passa dall’ essere inserita all’interno dei Disturbi sociopatici di personalità (DSM-I, 1952), delle deviazioni sessuali (DSM-II,1968) per essere derubricata nel 1973 come “omosessualità egosintonica” (DSM_III)- permane ancora la dicitura “Disturbo dell’Orientamento Sessuale” poi sostituito con “Omosessualità Egodistonica” fino al 1987, anno in cui anche quest’ultima dicitura viene eliminata, riconoscendo di fatto il ruolo dello stigma sociale come elemento determinante il vissuto egodistonico individuale. E’ nel 1973 infatti che lo psicologo Weinberg introduce il concetto di “omofobia”.

Solamente nel 1990 la decisione dell’APA viene condivisa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

In risposta al riemergere, nel corso degli anni ’90, di propugnatori di
terapie cosiddette “riparative” o “di conversione”, all’interno di una destra cristiana fondamentalista assai potente negli USA, l’American Psychological Association approva la prima risoluzione ufficiale, nell’agosto del 1997, relativa alle “risposte terapeutiche appropriate riguardo all’orientamento sessuale” in cui si pone l’accento sull’impegno a rimuovere lo stigma di disturbo mentale associato all’omosessualità e all’adozione di pratiche ingiustamente discriminatorie.

Nel 1998 anche l’American Psychiatric Association elabora un proprio documento nel quale si legge: “L’APA si oppone ad ogni trattamento psichiatrico, come le terapie riparative o di conversione, basato sull’assunto che l’omosessualità sia di per sé un disturbo mentale o basato sull’assunto aprioristico che il paziente debba modificare il proprio orientamento sessuale”.

Nel marzo del 2000, sempre l’American Psychiatric Association, elabora una nuova risoluzione, il “Position statement” sulle terapie mirate al tentativo di modificare l’orientamento sessuale, in cui si afferma tra il resto:

a)“[…]Recenti e pubblicizzati sforzi di ripatologizzare l’omosessualità affermando che può essere curata sono spesso guidati non dal rigore scientifico o dalla ricerca psichiatrica, ma a volte da forze religiose e politiche che si oppongono ai pieni diritti civili per gay e lesbiche. L’APA si propone di rispondere prontamente e appropriatamente come organizzazione scientifica quando affermazioni che l’omosessualità è una malattia vengono fatte da gruppi politici o religiosi”.

E ancora:

b)“[…] Le modalità psicoterapeutiche per convertire o “riparare” l’omosessualità sono basati su teorie dello sviluppo la cui validità scientifica è dubbia[…]L’APA raccomanda che i professionisti etici si astengano dal tentare di cambiare l’orientamento sessuale dell’individuo, tenendo presente la massima medica: “Primo, non nuocere”.

c)La letteratura inerente le terapie “riparative” […] non solo ignora l’impatto dello stigma sociale[…]ma è una letteratura che attivamente stigmatizza l’omosessualità[…].

Su questa base, negli anni successivi si sviluppano studi mirati a mostrare l’inaffidabilità di ricerche tese a validare l’utilità e la possibilità di riorientare un paziente omosessuale verso un orientamento eterosessuale (v. Spitzer, 2001).

Nel 2009 l’APA pubblica il report sulle “AppropriateTherapeutic Responses to Sexual Orientation”.

Nel 2001 anche l’Australian Psychological Society (APS) pubblica le “Guidelines for Psychological practice with lesbian, gay and bisexual clients”.

LO SCENARIO ITALIANO

In Italia assistiamo, da un lato, all’interno di circuiti associativi di stampo cattolico (Associazione Medici Cattolici, Alleanza Cattolica, ecc.), al tentativo di legittimare le terapie di conversione, come dimostra il convegno del Narth (National Association for Research and Therapy of Homosexuality) a Brescia il 21 e 22 maggio 2011, del diffondersi di associazioni come Exodus, Living Waters Italia e di articoli come quello comparso in forma anonima sulla Rivista “Il Sagittario” (n.14 del dicembre 2003) del Centro Studi Adler di Torino, dal titolo: “l’omosessualità in un’altra ottica”, nel quale si parla del Narth e delle teorie da esso propugnate; dall’altra, alla mancanza di una conoscenza scientificamente fondata dell’argomento, come rilevato in una recente ricerca di Graglia (2002).

I tentativi di vanificare l’efficacia delle linee guida

Pur in assenza di chiare linee guida (di cui si è dotato soltanto l’Ordine degli Psicologi della Campania), tale dichiarazione ha determinato l’emergere sulla scena italiana di approcci che potremmo definire “post-riparativi”(Graglia, 2009): non essendo più possibile sostenere che l’omosessualità sia una malattia, tali approcci mirano al cambiamento dell’orientamento sessuale aggirando la questione dell’osservanza di Linee Guida di cui probabilmente anche in Italia presto o tardi dovrà dotarsi anche l’Ordine Nazionale degli Psicologi.

In particolare, le risoluzioni dell’American Psychological e dell’American Psychiatric Association, che ad oggi costituiscono il riferimento principale sull’argomento, vengono reinterpretate e, di fatto, vanificate dai sostenitori delle Terapie Riparative, i quali sostengono che, all’interno delle medesime risoluzioni:

1) vengano vietate solo alcune tipologie di terapie riparative, quelle ritenute scientificamente poco valide e clinicamente rischiose (Cantelmi e Lambiase, 2010). Questo per legittimare le terapie di conversione dei pazienti (e terapeuti) credenti, a dispetto di quanto indicato inequivocabilmente nel Position Statement dell’APA del 2000 nei punti a), b) e c) sopra menzionati, facendo appello ai concetti di “identità religiosa” e del “principio di autodeterminazione” dei pazienti.

Afferma Claudio Risé nel suo blog: “Come si concilia il “diritto all’autodeterminazione e autonomia del paziente” col rifiuto di terapie che accolgano il bisogno che egli esprime di modificare il proprio orientamento sessuale? Se una persona credente, con tendenze omosessuali, si rivolge ad un terapeuta perché queste gli causano disagio, lo psicologo può derogare al rispetto di “opinioni e credenze”? In questo caso non rispettando, cioè, la sua fede religiosa, perché ha un orientamento omosessuale?”.

Il terapeuta finisce col colludere col paziente nel disprezzare questo elemento identitario in quanto incompatibile con un credo religioso (il quale, al contrario, non viene mai sottoposto ad una verifica di compatibilità col sistema ecologico complessivo del paziente stesso;Graglia,2009).

Parlando inoltre di “identità religiosa” e del conflitto tra essa e l’identità sessuale (Cantelmi e Lambiase,2010), questi terapeuti sostengono  la legittimità terapeutica di un intervento mirato al condizionamento sessuale del soggetto per vivere secondo il proprio credo.

Come sostiene Montano “[…] La pastorale delle persone omosessuali prevede che la stessa sia praticabile solo a patto che queste persone rinneghino se stesse, la propria natura e il proprio essere, riconoscendo il disordine e il male della propria condizione di vita, accettando la castità e la contrizione come elemento permeante dell’intera loro esistenza. Si tratta di un carico di pressioni esterne che il più delle volte sfocia in omofobia interiorizzata, al punto che è alta l’incidenza statistica dei suicidi  degli omosessuali adolescenti, soprattutto credenti”.

Parlare dunque di ‘conflitto’ tra identità sessuale e religiosa significa portare il soggetto ad internalizzare un conflitto che interno non è, incrementando il proprio vissuto di inadeguatezza ed il proprio senso di colpa e ad incoraggiare un atteggiamento dissociativo della coscienza, nella distinzione – antropologicamente insostenibile –  tra “orientamento omosessuale” e “comportamento omosessuale”.

L’aderire, per quanto in maniera stringente, da parte di un individuo omosessuale ad una confessione religiosa che condanna un aspetto imprescindibile della propria identità sessuale, non può essere considerato costitutivamente “identitario” per il soggetto stesso, a prezzo di chiamare “identità religiosa” l’adesione del soggetto a  valori e norme eterofondate per il (legittimo) bisogno di appartenere e sentirsi integrato all’interno della propria comunità di riferimento, negando o sottovalutando la pressione psicologica che tale bisogno può determinare sul soggetto che  si percepisce diverso rispetto alle prescrizioni normative della morale sessuale comunitaria.

Se domani il Magistero si esprimesse “senza se e senza ma” in favore delle relazioni omosessuali e del riconoscimento dei diritti della popolazione glbt, sarebbe credibile aspettarsi che questi pazienti omosessuali credenti accettassero di restare gli unici detrattori di loro stessi? E’ quindi corretto chiamare identità religiosa l’elemento motivazionale della richiesta di terapia riparativa da parte di un omosessuale credente? Si tratta dell’ adesione ad un universale, immutabile ed assoluto codice di condotta inscritto dentro di sé o l’espressione del bisogno di appartenenza ad una comunità di riferimento, con la pressione psicologica che ne consegue?

La scelta di vivere secondo i dettami della propria religione è certamente legittima, ma un aiuto fornito in questo senso non potrà chiamarsi psicoterapia quanto piuttosto sostegno spirituale. Proporre, come via terapeuticamente percorribile per il soggetto, quella che sostiene la distinzione tra l’identità (l’essere omosessuale) e l’azione (l’esprimersi in quanto omosessuale) è un’operazione di sartoria dissociativa che pretende di importare in psicoterapia discutibili assiomi della morale sessuale cattolica.

“Ancor più grave è la constatazione che la posizione ufficiale della Chiesa contro l’omosessualità e la sua pratica travalicano spesso i confini etico-religiosi, finendo per influenzare profondamente anche i comportamenti della società e delle istituzioni, fino alla lotta ideologica nel campo giuridico-legislativo del riconoscimento dei diritti, singoli e di coppia, degli omosessuali. In questo modo, il dato confessionale amplifica l’emarginazione e la discriminazione.” (Montano,2010).

Illuminante, a questo proposito, è l’esperienza del giornalista Saverio Tommasi, che si è introdotto all’interno di questi corsi finalizzati al riorientamento sessuale, proposti da associazioni cattoliche estremiste, come testimoniato dal seguente video:

http://www.saveriotommasi.it/video/inchieste/guarire-si-deve/

2) l’omosessualità non sia da considerare in sé a priori una patologia: il corsivo lascia aperto il campo a come lo possa essere in certe condizioni correlate e posteriori, non meglio identificabili e, comunque, non esse stesse oggetto di attenzione clinica, proprio in quanto patologiche, quanto piuttosto elementi di legittimazione di una terapia riparativa tout court. Coloro che si riconoscono in questa prospettiva si avvalgono di esempi clinici in cui descrivono relazioni omosessuali regressive e simbiotiche (Fusaro, 2010), oppure narcisistiche, piuttosto che pericolose e violente, ricercate da soggetti vittime di abusi (omo)sessuali per evidenziare il carattere patologico che, talvolta, l’agire omosessuale porta con sé.

Se l’omosessualità non è una patologia, una relazione omosessuale regressiva e simbiotica sarà da considerarsi patologica proprio in quanto regressiva e simbiotica e non in quanto omosessuale.

Se un soggetto abusato metterà in atto modalità di approccio omosessuale di tipo traumatogeno, il rilievo clinico verterà sulla modalità traumatogena di relazione e non sul sesso biologico del partner prescelto.

In entrambi i casi, a seguito dell’intervento terapeutico sulle dimensioni psicologiche sopra evidenziate, sarà imprevedibile la direzione e la stabilità che il cliente imprimerà al proprio orientamento sessuale, che verrà quindi rispettato nel proprio principio di autodeterminazione.

3) esistano altre condizioni di disagio associate all’orientamento omosessuale, come indicato nelle classificazioni dell’ICD10, che i terapeuti postriparativi adducono a sostegno di possibili motivazioni alla terapia di conversione.

Si tratta di “disturbi psicologici e comportamentali associati all’omosessualità”, da un lato, e della “difficoltà a formare e mantenere relazioni con il proprio partner sessuale” a causa del proprio orientamento sessuale o identità di genere, dall’altro: queste due categorizzazioni sono sostanzialmente sovrapponibili alle vecchie concezioni di egodistonia del DSM, archiviate già dal 1987.

Di rilievo clinico appare il “disturbo della maturazione sessuale”, un’incertezza circa il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, in età evolutiva oppure in età adulta: qui si rende necessario un dibattito ed un confronto all’interno della comunità professionale, per creare e condividere un sapere che consenta di rendere intelliggibili quelle forme di fragilità identitarie, o “identità liquide”, tipiche del nostro tempo,  precedenti e prescindenti l’identità sessuale, che sembra in molti casi divenire il marker di un disagio evolutivo o psicopatologico più ampio, piuttosto che un quadro clinico a sé, eziologicamente responsabile del disagio stesso.

A questo proposito, in questi ultimi mesi circola su molti blog una categoria diagnostica inesistente: il d.o.c. omosessuale.

Frutto di una malintesa interpretazione e di una discutibile categorizzazione, il disturbo ossessivo compulsivo omosessuale consisterebbe dunque in pensieri ossessivi persistenti circa la propria omosessualità…!

In merito dunque all’egodistonicità e al principio di autodeterminazione, spesso menzionati come concetti-baluardo della legittimità della terapia di conversione, afferma Cruciani: “non possiamo in alcun modo ritenere che l’egodistonicità, di per sé, sia il carattere che definisce ciò che un processo terapeutico deve modificare”, e ancora: “Torna di nuovo la necessità di concepire la terapia come un processo di liberazione dai vincoli dell’angoscia, direzionato a creare le condizioni per una scelta valoriale il più possibile libera[…]”.

A tutela degli utenti omo e bisessuali e delle loro famiglie

Nella recente ricerca Modi Di sugli stili di vita delle persone omosessuali, emerge come, sebbene quasi la metà del campione sia ricorso ad una qualche forma di sostegno psicologico nella propria vita, non sempre i soggetti abbiano fatto menzione al professionista del proprio orientamento sessuale.

D’altra parte è piuttosto raro che all’interno di un percorso di specializzazione gli psicoterapeuti vengano formati su questo tipo di argomenti: questo si ripercuote inevitabilmente sul grado di conoscenza e di competenza a trattare queste tematiche in terapia, come rileva Graglia in una sua ricerca su un campione di 30 psicoterapeuti (Graglia, 2002).

Tutto ciò è stato dimostrato anche da Saverio Tommasi, nel suo video inchiesta “Psicologi e guaritori d’omosessuali” condotta su 100 psicologi di Toscana e Lazio.

L’attore, nei panni di un cliente omosessuale, si rivolge telefonicamente a 100 psicologi richiedendo una terapia ‘per guarire dall’omosessualità’: tra i professionisti consultati quasi il 50% affermano di poter soddisfare la richiesta del paziente, quasi il 20% afferma esplicitamente di praticare terapie riparative o simili, e soltanto il 30% circa sostiene che l’omosessualità non sia una patologia da curare.

Il video è consultabile al seguente link: http://www.saveriotommasi.it/video/inchieste/psicologi-guaritori/

Appare evidente, quindi, la necessità di intervenire a tutela della salute della popolazione omo e bisessuale e dei loro famigliari e del loro diritto all’accesso a trattamenti psicoterapeutici prima di tutto non lesivi, come indicato nella risoluzione dell’APA del 2000 in cui si rammenta, al punto b) la massima medica: “Primo, non nuocere”. Solo di recente si è aperto in merito un dibattito, relativo alle implicazioni bioetiche (Rigliano, Ciliberto e Ferrari, 2012); di approcci “riparativi”, “post-riparativi” e, direi, “parariparativi”, riferendomi con quest’ultima accezione a terapeuti poco informati e formati sulle implicazioni del lavoro terapeutico con pazienti lgbt.

 

Parlando quindi di “terapie affermative” e di terapie non lesive dell’utenza non si vuole creare semplicisticamente una posizione ideologica di segno inverso alle terapie riparative o di conversione, in linea con quanto indicato in proposito nelle linee guida dell’American Psychological Association in cui si precisa: “Definiamo un approccio “affermativo” nel senso di “supportivo” dello sviluppo dell’identità del cliente, senza un obiettivo terapeutico a priori per come il cliente identificherà o esprimerà i suoi orientamenti sessuali”.(American Psychological Association, 2009).

Bibliografia

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American Psychological Association (2007a), APA Appoints Task Force to Review Recent Science On Therapeutic responses to Sexual Orientation.

American Psychological Association (2009b), Resolution on Appropriate Affirmative Responses to Sexual Orientation Distress and Change Efforts.

Bauman Z., Paura liquida, Laterza, 2008.

Bell A.P., Weinberg M.S. (1978), Homosexualities: A Study of Diversity among Men and Women, Simon and Schuster, New York.

Cantelmi T., Lambiase E. (a cura di), Omosessualità e psicoterapie, ed. Franco Angeli, Milano, 2010.

Cipolla C., La sessualità come obbligo all’alterità, Franco Angeli, Milano, 2005.

Del Favero R., L’unico mostroe tanta autodistruttività, in “Omosessualità e compiti dell’educazione”, Atti del Convegno, a cura di Rita Gay Cialfi, A.Ge.D.O., Milano, 2003.

Fusaro E., Lo psicoterapeuta e l’omosessualità, in Psicologi a confronto, Rivista dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte, anno4, n.2, 2010.

Graglia M., Psicoterapia e omosessualità, ed. Carocci, Roma, 2009.

Lingiardi V., Citizen gay,  ed. Il Saggiatore, Milano, 2007.

Rigliano P., Graglia M., Gay e lesbiche in psicoterapia, ed. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.

Rigliano P., Ciliberto J., Ferrari F., Curare i gay?, ed. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012.

Spitzer R., “Can some gay men and lesbians change their sexual orientation? 200 Participants reporting a change from homosexual to heterosexual orientation,” Archives of Sexual Behavior 32 (2003), 403-417 (Fonte Exodus).

4 comments on “Le Psicoterapie Affermative e Riparative: un inquadramento complessivo
(di Guido Mazzucco)”
  1. Nella sezione 2) l’omosessualità non sia da considerare in sé e a priori una patologia :

    Se l’omosessualità non è una patologia, una relazione omosessuale regressiva e simbiotica sarà da considerarsi patologica proprio in quanto regressiva e simbiotica e non in quanto omosessuale.

    Se un soggetto abusato metterà in atto modalità di approccio omosessuale di tipo traumatogeno, il rilievo clinico verterà sulla modalità traumatogena di relazione e non sul sesso biologico del partner prescelto.

    Nei due punti sopra esposti non si evince il fatto che una terapia affermativa voglia mettere in correlazione l’attrazione omosessuale con gli eventi traumatogeni, regressivi e simbiotici.
    E’ quasi tipico, ad esempio, che dopo un abuso omosessuale la vittima sessualizzi l’oggetto e/o la persona abusante trasferendo tale attrazione su altre persone del suo stesso sesso con le quali vorrà ripetere l’atto abusato nel tentativo inconscio di superarlo definitivamente ma poi senza mai riuscirci e quindi costretto nuovamente a ripeterlo (coazione a ripetere).

    Oppure è quasi tipico che la regressività a stati infantili alimenta l’attrazione verso persone dello stesso sesso che risulterà funzionale proprio a quel “bimbetto interiore” che sentendosi “abbandonato” vorrà magari recuperare l’attenzione, l’accoglienza, l’affettività e l’appartenenza attraverso l’attaccamento omoerotico.

    Così come la simbiosi in genere può rappresentare un bisogno irrisolto di identificazione con la mascolinità (nel caso degli uomini) o con la femminilità (nel caso dele donne) attraverso un attaccamento sessualizzato omoerotico.

    Cioè in questo documento pro-affermativo sembra semplicemente che, poichè l’omosessualità non è malattia, essa goda di una sua vita del tutto autonoma dalle altre parti del sè ! Sganciata da tutto !
    E un eventuale cambio di orientamento sessuale del soggetto, dopo aver elaborato bene gli aspetti traumatogeni, regressivi e/o simbiotici, sia lasciato “solo a se stesso”. Ossia il terapeuta affermativo si limita a guardarlo passivamente sul soggetto che lo porta avanti senza nè negarlo nè affermarlo.

    Infatti concludete scrivendo :
    “In entrambi i casi, a seguito dell’intervento terapeutico sulle dimensioni psicologiche sopra evidenziate, sarà imprevedibile la direzione e la stabilità che il cliente imprimerà al proprio orientamento sessuale, che verrà quindi rispettato nel proprio principio di autodeterminazione.”

    • Buongiorno,
      il senso dello scritto è che, poiché l’orientamento omosessuale non è da considerarsi in alcun modo una patologia, non potrà essere tout court il movente di un intervento terapeutico.
      Proprio gli esempi clinici che ho riportato, e che lei riprende, mettono in luce significati e dimensioni psicologiche che meritano osservazione clinica, per es. la funzionalità o la disfunzionalità con cui un soggetto cerca di elaborare un’esperienza traumatica, magari abusante, o l’aspetto regressivo e simbiotico con cui può viverne altre, avendo quindi un occhio al significato di queste esperienze nell’ecologia complessiva della vita del paziente, senza scindere, sezionare ed estrapolare la variabile dell’orientamento (omo)sessuale come qualcosa di separato, autonomo (e patologico).
      Non separare, parcellizzare e patologizzare questo aspetto della vita del paziente, ma rispettarne la sua collocazione all’interno del suo sistema complessivo, senza voler imprimere ed imporre una direzione a priori e dall’ esterno, è tutt’altro che un atteggiamento passivo: direi piuttosto un atteggiamento non violento e rispettoso della complessità e della libertà altrui.
      Saluti

      • Leggo la frase : “SENZA scindere, sezionare ed estrapolare la variabile dell’orientamento (omo)sessuale come qualcosa di separato, autonomo (e patologico).”

        Però non è ancora chiaro se lei è esplicitamente d’accordo sul fatto che un abuso traumatizzante possa sviluppare e/o alimentare un omoerotismo così come possano farlo alcuni aspetti regressivi e simbiotici, ovviamente in una originalità e specificità che appartiene al soggetto…

        • Nessuno può affermare che un abuso possa sviluppare un determinato orientamento sessuale piuttosto che un altro, etero o omo che sia. Ciò che si può osservare clinicamente è se a seguito di un abuso il paziente metta in atto modalità disfunzionali di elaborarlo ( e la disfunzionalità allora sarà data dalla modalità relazionale e da altri markers psicopatologici, non certo dal genere del partner prescelto… salvo avere dei preconcetti a riguardo). Non c’è quindi a priori una valutazione di bene o male e una direzione impressa dal terapeuta sulla base dei propri preconcetti (quando ciò avviene, non di rado si assiste ad una ritraumatizzazione del paziente). In alcuni casi, l’elaborazione del trauma porterà alcuni pazienti ad intraprendere relazioni omosessuali non più disfunzionali, e altri ad intraprendere relazioni eterosessuali.

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