Le identità sessuali – Part 3

Il modello dimensionale delle identità sessuali

Nel modello dimensionale dell’identità sessuale le diverse dimensioni rappresentano i diversi piani funzionali su cui si articola il vissuto dell’individuo in relazione alla sua sessualità, ognuno dei quali può presentare una gamma di espressioni diverse. Ciascuna dimensione risponde ad una diversa domanda riguardo l’esperienza di sé, che esprime un ordine logico differente. Le diverse dimensioni appaiono tra loro indipendenti, tanto che ogni identità sessuale può accostare le più svariate espressioni di ciascuna dimensione, in un caleidoscopio di combinazioni diverse.

Si possono distinguere due ordini di dimensioni. Le prime sono dette “nucleari“, risultano già definite in una fase precoce dello sviluppo e costituiscono la base dell’esplorazione identitaria successiva. Esse hanno una componente somatica o fisiologica importante, appaiono stabili nel tempo, e sono soggette ad esplorazione e scoperta più che a trasformazione. Le seconde sono quelle per così dire “distali“, che riflettono la relazione dell’individuo con il suo orizzonte culturale e il suo collocarsi nel mondo a partire dalle sue esperienze e dagli strumenti simbolici a sua disposizione.

Ogni dimensione prevede una moltitudine di espressioni diverse. Le categorie usate per distinguere gli individui sulla base delle differenti espressioni di ogni dimensione sono limitate e tengono conto solo di ciò che è conosciuto, riconosciuto e rappresentato. Lo scopo stesso della ricerca scientifica ne prevede l’ampliamento, la sostituzione, la ridefinizione continua.

Le dimensioni distali dell’identità sessuale

Sono il ruolo di genere interiorizzato, l’espressione di genere, l’identità sociale di genere e l’identità di orientamento sessuale.

Ruolo di genere interiorizzato (cosa intendo per “maschile” e “femminile” e come mi relaziono a tale idea?)

Rappresenta la concezione del maschile e del femminile che l’individuo ha interiorizzato dalla cultura in cui vive, nonché il modo in cui utilizza tale concezione per pensare se stesso, le proprie possibilità e il proprio valore. In altre parole, in che modo il genere definisce i diversi ruoli riservati a maschi e femmine. Questo non può prescindere dal fatto che i ruoli di genere che gli individui interiorizzano abbracciano trasversalmente tutti i ruoli sociali, come quelli genitoriali, relazionali e professionali.

A questo livello gli individui possono essere definiti come genere-schematici, qualora il maschile e il femminile siano rigidamente concepiti come categorie separate in cui l’individuo deve collocarsi aderendo strettamente ad un prototipo prestabilito, e genere-binari, quando tale schema sia rigidamente dicotomico e complementare. Viceversa si definiranno genere-non binari gli individui genere-schematici, ma per i quali lo schema di riferimento sia aperto a categorie intermedie (per es. Two-spirit people), ma anche le persone gender-fluid, per le quali le caratteristiche di ciascuno possono collocarsi in modo vario su un continuum di genere, componendo un caleidoscopio che sfida una categorizzazione normativa improntata ai prototipi maschile e/o femminile.

Espressione di genere (quanto è tipizzato il mio comportamento, in senso maschile e/o femminile?)

Questo livello dell’identità sessuale parla del modo in cui i comportamenti dell’individuo riflettono il ruolo di genere sociale, cioè la rappresentazione sociale e culturale condivisa del maschile e del femminile. Va rimarcato che, seppure si possa ipotizzare una correlazione tra il ruolo di genere interiorizzato e l’espressione di genere, questi riflettono due piani distinti della relazione dell’individuo con i ruoli di genere sociali: mentre l’espressione di genere riguarda i comportamenti per come sono percepiti dagli altri, il ruolo di genere interiorizzato riguarda la costruzione dei significati da parte dell’individuo. Le categorie con cui ci si riferisce alla varianza di questo livello dell’identità sessuale sono quelle dell’androginia, della maschilità, della femminilità, oltre che, in tono vagamente denigratorio, dell’effeminatezza per gli uomini e della mascolinità per le donne.

Identità di genere sociale (quale definizione dò del il mio genere e con quali implicazioni nelle interazioni sociali?)

Questo livello riflette una dimensione più distale dell’identità di genere, emergente dall’interazione tra il sentimento di sé (identità di genere nucleare), la definizione scelta del proprio genere e le interazioni contestuali in cui l’individuo è inserito. Essa riflette, dunque, da un lato, la tensione tra i significati emergenti nel contesto interattivo e culturale in merito al genere dell’individuo e, dall’altro, le sue scelte di definizione di sé, di presentazione di sé, di relazione con gli altri appartenenti o non allo stesso gruppo.  L’identità di genere sociale è rilevante nel coinvolgimento politico delle persone, a partire dalla propria identità sessuale e può avere un impatto su molte altre dimensioni dell’identità sessuale, come il ruolo di genere interiorizzato, l’espressione di genere e l’identità di orientamento sessuale. Pur essendo fortemente legata all’identità di genere nucleare, si distingue da essa, perché mentre la prima riflette soprattutto un sentimento psico-corporeo, l’identità sociale riguarda maggiormente le definizioni usate per comunicarlo, a partire dal panorama simbolico e culturale a disposizione, nonché dalle dinamiche di interazione intergruppi in atto. Accanto alle categorie identitarie tradizionali uomini e donne, sempre di più emergono identità di genere non-binarie, come inter-sex, transgender o gender fluid.

Identità di orientamento sessuale (quale definizione do del il mio orientamento sessuale e con quali implicazioni nelle interazioni sociali?)

Analogamente al livello dell’identità sociale di genere, l’identità di orientamento sessuale riflette la relazione costante dell’individuo con le proprie attrazioni, a partire dal sistema di significati cui ha accesso, i suoi valori e le interazioni sociali in cui è inserito. L’identità di orientamento sessuale si traduce, dunque, in una definizione di sé a partire dall’idea che l’individuo ha del proprio orientamento sessuale, dal giudizio che ne dà e dalla sua disponibilità a riconoscerlo e svelarlo a sé e agli altri. Tutte le ricerche sull’orientamento sessuale che si appoggiano ad un’autodefinizione, senza indagare le fantasie, i desideri e il grado di eccitazione dell’individuo di fronte a determinati stimoli, riportano dati riferiti a questo livello e non direttamente all’orientamento sessuale. Il concetto di fluidità sessuale, che riflette la capacità di cambiamento nella vita dell’individuo della sua definizione del proprio orientamento sessuale, nonché del suo modo di vivere le sue relazioni sessuali ed affettive, si riferisce a questa dimensione dell’identità sessuale. Contrariamente all’orientamento sessuale è soggetta ad una evoluzione costante, legata agli apprendimenti su di sé e al cambiamento dei contesti e delle relazioni.

di Federico Ferrari

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Le identità sessuali – Part 2

Il modello dimensionale delle identità sessuali

Nel modello dimensionale dell’identità sessuale le diverse dimensioni rappresentano i diversi piani funzionali su cui si articola il vissuto dell’individuo in relazione alla sua sessualità, ognuno dei quali può presentare una gamma di espressioni diverse. Ciascuna dimensione risponde ad una diversa domanda riguardo l’esperienza di sé, che esprime un ordine logico differente. Le diverse dimensioni appaiono tra loro indipendenti, tanto che ogni identità sessuale può accostare le più svariate espressioni di ciascuna dimensione, in un caleidoscopio di combinazioni diverse.

Si possono distinguere due ordini di dimensioni. Le prime sono dette “nucleari“, risultano già definite in una fase precoce dello sviluppo e costituiscono la base dell’esplorazione identitaria successiva. Esse hanno una componente somatica o fisiologica importante, appaiono stabili nel tempo, e sono soggette ad esplorazione e scoperta più che a trasformazione. Le seconde sono quelle per così dire “distali“, che riflettono la relazione dell’individuo con il suo orizzonte culturale e il suo collocarsi nel mondo a partire dalle sue esperienze e dagli strumenti simbolici a sua disposizione.

Ogni dimensione prevede una moltitudine di espressioni diverse. Le categorie usate per distinguere gli individui sulla base delle differenti espressioni di ogni dimensione sono limitate e tengono conto solo di ciò che è conosciuto, riconosciuto e rappresentato. Lo scopo stesso della ricerca scientifica ne prevede l’ampliamento, la sostituzione, la ridefinizione continua.

Le dimensioni nucleari dell’identità sessuale

Sono il sesso biologico, l’identità di genere nucleare e l’orientamento sessuale.

Sesso biologico (qual è la mia conformazione somatica?)

Rappresenta la conformazione somatica delle caratteristiche sessuali dell’individuo.
Questa dimensione include il cariotipo della 23a coppia di cromosomi, tipicamente 46XX o 46XY (ma talvolta diverso), il funzionamento ormonale, lo sviluppo dei genitali interni ed esterni e delle caratteristiche sessuali secondarie. Le categorie che si riferiscono a questa dimensione della sessualità individuale sono: “maschio”, “femmina” e “intersessuale” (considerando sotto questo nome le diverse forme di “DSD”, ovvero Differenze dello Sviluppo Sessuale, o Disturbi dello Sviluppo Sessuale).

Identità di genere nucleare (con quale genere mi identifico più intimamente?)

Rappresenta l’identificazione primaria con le categorie di genere disponibili nel proprio panorama culturale. Nel contesto genere binario prevalente, queste sono “maschio” o “femmina”. Tuttavia l’identità di genere non è una semplice etichetta, ma l’organizzazione delle proprie esperienze e dei propri sentimenti in una coreografia di attitudini cognitive, emotive e somatiche interiorizzata precocemente, divenuta la base della costruzione della propria identità, sia sessuale che personale. Essa risulta stabile a partire all’incirca dai 3 anni e, tuttavia, continua ad essere interrogata e compresa durante tutta l’infanzia e l’adolescenza, talvolta anche attraverso la vita adulta, potendo portare ad una sua definizione più complessa e non-binaria.

Orientamento sessuale (da quali caratteristiche di genere posso sentirmi attratto sessualmente e affettivamente?)

Riflette la predisposizione dell’individuo di rispondere a stimoli connotati sessualmente con un moto di eccitazione sessuale e/o di attrazione romantica. Tale predisposizione riflette un intreccio di elementi identitari nucleari radicati nello sviluppo psichico precoce e dovrebbe essere considerato come una variabile emergente dalla complessità del Sé individuale. Per questo non ci sembra possibile (e ad oggi nessuno ci è mai riuscito) individuare “una causa” dello sviluppo in un senso o in un altro dell’orientamento sessuale. Le evidenze puntano verso una multifattorialità di questo livello dell’identità sessuale, che si mostra stabile nella vita degli individui, nonostante possa essere esplorato e conosciuto sempre meglio nell’arco di vita, andando incontro a costanti ridefinizioni (vedi identità di orientamento sessuale). Le categorie tradizionali con cui viene descritto l’orientamento sessuale degli individui sono tre: si parla di  eterosessualità, quando l’attrazione è esclusivamente verso il sesso opposto, di omosessualità, quando è esclusivamente verso il proprio sesso, e di bisessualità, quando è in misura diversa o uguale verso entrambi i sessi. È famosa la concettualizzazione di Kinsey di un continuum tra esclusiva eterosessualità ed esclusiva omosessualità, tradotta in una scala a 7 punti (0=Esclusivamente eterosessuale, 1=Prevalentemente eterosessuale con occasionali attrazioni omosessuali, 2=Prevalentemente eterosessuale con una forte componente omosessuale, 3=Bisessuale con attrazioni eterosessuali e omosessuali equivalenti, 4=Prevalentemente omosessuale con una forte componente eterosessuale, 5=Prevalentemente omosessuale con occasionali attrazioni eterosessuali, 6=Esclusivamente omosessuale).

Risulta superato l’uso di queste categorie con riferimento stretto al livello del sesso biologico delle persone (il sesso di chi è attratto e quello di chi suscita attrazione). Nel tempo se ne è affermato un uso che prende sempre più in considerazione l’identità di genere della persona che prova attrazione (per cui, per esempio, un uomo transgender attratto da uomini si definisce omosessuale). Rispetto alla persona che suscita l’attrazione si dovrebbe far riferimento a quali dei suoi caratteri di genere attivano il desiderio dell’altro (per esempio un uomo che prova attrazione verso una donna transgender per la sua femminilità rientra nella categoria eterosessuale, qualora sia attratto sia da eventuali caratteri maschili che femminili, potrebbe riflettere una forma di bisessualità). D’altra parte, a queste categorie se ne sono aggiunte anche altre: sempre di più prende piede l’uso della categoria pansessualità in riferimento a persone che sviluppano il proprio desiderio a prescindere dalla caratterizzazione di genere, trovandosi a poter essere attratte non solo dai due sessi canonici (come nel caso della bisessualità), ma anche dalle persone che non rientrano in tale categorizzazione dicotomica, come le persone transgender ed intersessuali.

La categoria dell’asessualità riflette invece l’intensità (o assenza di essa) dell’attrazione sessuale, e non il suo orientamento, in un continuum che la contrappone all’ipersessualità. Tale livello non viene tradizionalmente incluso nell’identità sessuale perché per lo più estremamente variabile attraverso i momenti e le situazioni della vita. Tuttavia in alcune persone esso sembra acquisire una stabilità tale da porre la questione se non dovrebbe invece trovarvi posto.

di Federico Ferrari

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Le identità sessuali – Part 1

Dialogo e differenze tra studio scientifico e pensiero politico

La visibilizzazione delle minoranze sessuali e l’affermarsi della loro dignità sociale e personale nel corso del secolo scorso sono dovuti in gran parte agli studi sull’identità sessuale che, dalla fine del XIX secolo, hanno visto articolarsi e complessificarsi la nostra comprensione della sessualità umana, fino ad una progressiva normalizzazione delle differenze e delle eccezioni, riconosciute sempre di più come parte di una varianza umana, fatta di continuum sfumati più che di categorie nette e predefinite.

D’altra parte, il concetto di identità sessuale è divenuto immediatamente parte di un discorso politico: prima offrendosi come argomento di dibattito nella richiesta di riconoscimento da parte delle minoranze (fino ad allora rifiutate a partire da discorsi sulla “morale” sociale e religiosa e non sull’identità); poi come strumento chiarificatore e normalizzatore delle differenze in gioco, gradualmente depatologizzate ed inserite in percorsi coerenti con la legittima definizione di sé degli individui.

Questa funzione socio-politica del concetto di identità sessuale ha probabilmente contribuito, soprattutto dopo gli anni ’70, a rafforzare la tendenza classificatoria del discorso sulla sessualità. La tensione dialogica tra ricerca psicologica e attivismo politico ha spesso portato a categorizzare i diversi aspetti dell’identità sessuale in modo speculare ai gruppi sociali che vi ricercavano a loro volta un supporto identitario (ad esempio, in Italia, una chiara distinzione tra identità sociali omosessuali e transgender non si è radicata che a partire dagli anni ’80, dopo la legge 164).

Dopo gli anni ’90, con l’affermarsi della filosofia politica queer, tali categorizzazioni sono state messe fortemente in discussione quali elementi normativi di un sistema di pensiero che inscatola le soggettività degli individui, ostacolandone da un lato la piena realizzazione, ma soprattutto, finendo sempre per ignorare quelle individualità residue, le cui differenze non sono state previste nella tabella delle categorie stabilite.

Se il grande valore di questa critica decostruzionista al pensiero categoriale degli anni ’70-’80 è stata di riattivare il dibattito scientifico e aprire lo spazio identitario a nuove soggettività prima disconosciute (come quelle intersessuali, asessuali e pansessuali), essa, però, ha anche dei limiti importanti da un punto di vista scientifico.

La tradizione decostruzionista si appoggia, per definizione, ad un metodo filosofico non costruttivo, che mette in discussione le categorie di pensiero (effettivamente troppo spesso considerate erroneamente “vere”) per lasciare al loro posto il dubbio e l’assenza di definizioni.

Tra decostruzione e uso politico del concetto, ci sembra che il pensiero scientifico e clinico sull’identità sessuale oggi debba misurarsi con molte domande e poche certezze, richiedendo delle categorie “utili” alla comprensione: accoglienti verso le diverse unicità degli individui, e al contempo capaci di evidenziarne aspetti di continuità e discontinuità. Il concetto di identità sessuale, invece, appare sempre più essere usato in modo vago, accumulando etichette identitarie dai contenuti sempre più sfuggenti e contraddittori. Da un lato sembra imporsi l’idea che qualunque rappresentazione di sé costituisca di default un’identità sessuale, che qualunque “volontà di essere” rifletta un “modo di essere”; dall’altro si paralizza la capacità di discernere i meccanismi psichici e biologici alla base delle differenze e delle peculiarità di ciascuno.

Questa deriva ha avuto anche l’effetto di riaprire le porte alle ideologie riparative che, dal primo decennio di questo secolo, hanno potuto riproporre, con grande coerenza, trattamenti di conversione per tutte le persone che non riuscivano ad accettare i propri sentimenti e le proprie attrazioni (se è vero che si può essere tutto ciò che si vuole, perché non dovrebbe valere il contrario: si può smettere di essere ciò che non si vuole?).

Il pensiero di SIPSIS in merito a questo è quello di una necessità di identificare con chiarezza e rigore i diversi piani logici e funzionali in cui si esprime l’identità sessuale, per poi riflettere sulla specificità fenomenologica di ciascuno di essi e sul rapporto che intercorre tra di loro. Questo deve essere fatto a partire tanto dall’evidenza scientifica, quanto dall’esperienza terapeutica e clinica, che non smette mai di condurci all’incontro dell’estrema varianza umana, nonché dell’irriducibile unicità di ogni soggetto con cui ci rapportiamo.

Pertanto ci sembra fondamentale distinguere tra un piano dimensionale, necessario a strutturare il nostro pensiero clinico e scientifico in modo rigoroso e funzionale, e un ricorso alle categorie descrittive che, pur risultando spesso necessarie al pensiero scientifico, rivelano continuamente i loro limiti epistemologici, tanto da potersi moltiplicare continuamente di fronte alla specificità di ogni individuo.

di Federico Ferrari

[continua nel prossimo articolo]