Dialogo e differenze tra studio scientifico e pensiero politico

La visibilizzazione delle minoranze sessuali e l’affermarsi della loro dignità sociale e personale nel corso del secolo scorso sono dovuti in gran parte agli studi sull’identità sessuale che, dalla fine del XIX secolo, hanno visto articolarsi e complessificarsi la nostra comprensione della sessualità umana, fino ad una progressiva normalizzazione delle differenze e delle eccezioni, riconosciute sempre di più come parte di una varianza umana, fatta di continuum sfumati più che di categorie nette e predefinite.

D’altra parte, il concetto di identità sessuale è divenuto immediatamente parte di un discorso politico: prima offrendosi come argomento di dibattito nella richiesta di riconoscimento da parte delle minoranze (fino ad allora rifiutate a partire da discorsi sulla “morale” sociale e religiosa e non sull’identità); poi come strumento chiarificatore e normalizzatore delle differenze in gioco, gradualmente depatologizzate ed inserite in percorsi coerenti con la legittima definizione di sé degli individui.

Questa funzione socio-politica del concetto di identità sessuale ha probabilmente contribuito, soprattutto dopo gli anni ’70, a rafforzare la tendenza classificatoria del discorso sulla sessualità. La tensione dialogica tra ricerca psicologica e attivismo politico ha spesso portato a categorizzare i diversi aspetti dell’identità sessuale in modo speculare ai gruppi sociali che vi ricercavano a loro volta un supporto identitario (ad esempio, in Italia, una chiara distinzione tra identità sociali omosessuali e transgender non si è radicata che a partire dagli anni ’80, dopo la legge 164).

Dopo gli anni ’90, con l’affermarsi della filosofia politica queer, tali categorizzazioni sono state messe fortemente in discussione quali elementi normativi di un sistema di pensiero che inscatola le soggettività degli individui, ostacolandone da un lato la piena realizzazione, ma soprattutto, finendo sempre per ignorare quelle individualità residue, le cui differenze non sono state previste nella tabella delle categorie stabilite.

Se il grande valore di questa critica decostruzionista al pensiero categoriale degli anni ’70-’80 è stata di riattivare il dibattito scientifico e aprire lo spazio identitario a nuove soggettività prima disconosciute (come quelle intersessuali, asessuali e pansessuali), essa, però, ha anche dei limiti importanti da un punto di vista scientifico.

La tradizione decostruzionista si appoggia, per definizione, ad un metodo filosofico non costruttivo, che mette in discussione le categorie di pensiero (effettivamente troppo spesso considerate erroneamente “vere”) per lasciare al loro posto il dubbio e l’assenza di definizioni.

Tra decostruzione e uso politico del concetto, ci sembra che il pensiero scientifico e clinico sull’identità sessuale oggi debba misurarsi con molte domande e poche certezze, richiedendo delle categorie “utili” alla comprensione: accoglienti verso le diverse unicità degli individui, e al contempo capaci di evidenziarne aspetti di continuità e discontinuità. Il concetto di identità sessuale, invece, appare sempre più essere usato in modo vago, accumulando etichette identitarie dai contenuti sempre più sfuggenti e contraddittori. Da un lato sembra imporsi l’idea che qualunque rappresentazione di sé costituisca di default un’identità sessuale, che qualunque “volontà di essere” rifletta un “modo di essere”; dall’altro si paralizza la capacità di discernere i meccanismi psichici e biologici alla base delle differenze e delle peculiarità di ciascuno.

Questa deriva ha avuto anche l’effetto di riaprire le porte alle ideologie riparative che, dal primo decennio di questo secolo, hanno potuto riproporre, con grande coerenza, trattamenti di conversione per tutte le persone che non riuscivano ad accettare i propri sentimenti e le proprie attrazioni (se è vero che si può essere tutto ciò che si vuole, perché non dovrebbe valere il contrario: si può smettere di essere ciò che non si vuole?).

Il pensiero di SIPSIS in merito a questo è quello di una necessità di identificare con chiarezza e rigore i diversi piani logici e funzionali in cui si esprime l’identità sessuale, per poi riflettere sulla specificità fenomenologica di ciascuno di essi e sul rapporto che intercorre tra di loro. Questo deve essere fatto a partire tanto dall’evidenza scientifica, quanto dall’esperienza terapeutica e clinica, che non smette mai di condurci all’incontro dell’estrema varianza umana, nonché dell’irriducibile unicità di ogni soggetto con cui ci rapportiamo.

Pertanto ci sembra fondamentale distinguere tra un piano dimensionale, necessario a strutturare il nostro pensiero clinico e scientifico in modo rigoroso e funzionale, e un ricorso alle categorie descrittive che, pur risultando spesso necessarie al pensiero scientifico, rivelano continuamente i loro limiti epistemologici, tanto da potersi moltiplicare continuamente di fronte alla specificità di ogni individuo.

di Federico Ferrari

[continua nel prossimo articolo]

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